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C’era una luce senza origine
che insisteva sulle superfici,
come se le cose non sapessero ancora
se concedersi all’esistenza.
Le cose esitavano
un istante prima di diventare nome.
Una parete si aprì senza rumore:
non cedette,
si dimenticò del proprio bordo.
Non era distruzione,
ma un rallentamento della forma.
Sulle soglie degli oggetti
passava qualcosa di instabile,
come polvere che non ha ancora scelto il suo peso.
Poi accadde una cosa minima:
una particella cadde.
Ma non trovò il basso.
Restò nella caduta,
come se la gravità avesse esitato a rispondere.
Io non guardavo.
Era lo sguardo a passarmi attraverso,
senza trovare dove posarsi.
La stanza non aveva centro,
e tuttavia si manteneva intera.
Una polvere chiara restava sospesa,
senza farsi materia.
Ogni frammento riconosceva nel silenzio
una coincidenza provvisoria.
Poi capii:
la fine non arriva.
Si allenta.
Si disperde nei margini delle cose,
senza interromperle.
E tutto continua
come se nulla avesse mai scelto di cominciare.